lunedì 30 marzo 2009

composizione,spiegazione del film walle

di Luca Bandirali e Enrico Terrone

Nel futuro, su un pianeta Terra ricoperto di rifiuti, invivibile e disabitato, il robot spazzino WALL-E si innamora della sonda EVE; quando questa viene riportata sull’astronave dove vivono gli umani superstiti, WALL-E la segue per manifestarle il suo amore.
Il film sviluppa un tema piuttosto ricorrente nel genere fantascientifico: il dualismo di tecnologia e sentimenti. La struttura del racconto è semplice: da una situazione di ordinarietà “iperbolica”, anch’essa tipica dell’immaginario fantascientifico (si veda la routine quotidiana di Will Smith in “Io sono leggenda”), si passa a un evento dinamico costituito dall’incontro con l’Altro (denominato modestamente EVE), e si ha il primo punto di svolta quando per seguire l’oggetto del desiderio, il protagonista abbandona il proprio mondo; quindi si entra in una fase di conflitti profondi che hanno il punto di massima crisi in una scena di morte del protagonista (WALL-E si sacrifica per liberare EVE), da dove si giunge a un secondo punto di svolta in cui gli antagonisti sembrano prevalere; infine abbiamo un canonico terzo atto con una via del ritorno irta di pericoli (ancora una morte e resurrezione del protagonista), e una versione letterale del ritorno con l’elisir che ha il potere di risanare la terra ferita. Nel ripercorrere la struttura mitica del “viaggio dell’eroe”, “WALL-E” rivela un assetto narrativo molto convenzionale, che si traduce in una sintassi estremamente arida, meccanica, in netto contrasto con il ritorno alla natura rigogliosa che dovrebbe essere il tema etico del film. Questa meccanicità investe soprattutto la delicatissima sfera delle trasformazioni, vale a dire della disponibilità dei personaggi a compiere un vero percorso che li porta al cambiamento, a essere un po’ diversi da quel che sono all’inizio: gli umani, che da settecento anni vagano nello spazio inconsapevolmente dominati dalle macchine, imparano il senso della vita e recuperano l’amore per il pianeta-patria in un battito di ciglia; in particolare il comandante si trasforma interrogando pigramente una pronipote di Wikipedia, e ha un momento di illuminazione invero abbastanza ridicolo quando nota che tutti i suoi predecessori sono sempre ritratti con l’oscuro timoniere tecnologico al fianco.
I difetti strutturali di “WALL-E” non sono dissimili da quelli di tutta la produzione Pixar, nata come laboratorio dell’animazione digitale in casa Disney: il character design, fin da “Toy Story” ha sempre mostrato una forte inclinazione al fotorealismo, cioè alla verosimiglianza degli oggetti di sintesi integrati dal sound design, provocando un senso di stupore e meraviglia che sembra riportare il dispositivo a Méliès e agli albori del cinema; ma al tempo stesso l’estetica Pixar ha sempre mostrato difficoltà enormi nella rappresentazione dell’umano, che infatti resta il problema di “WALL-E”, quando lo spettatore si chiede come mai – visto che le macchine sono realistiche e non stilizzate – gli umani debbano essere dei cartoni animati. Di fatto, a scegliere il soggetto della storia è la macchina, il pennello digitale, e allora ci si affanna a recuperare l’umano a livello tematico, come “pacchetto” di sentimenti da installare nel dispositivo tecnologico.
In rapporto alle produzioni precedenti della Pixar, la vera novità di “WALL-E” è la verniciatura pseudo-filosofica che si basa su un riferimento insistente a “2001: Odissea nello spazio”, con un monolito bianco invece che nero, il computer di bordo ugualmente monoculare e infido, lo Strauss del valzer e lo Strauss dello Zarathustra. Così, dopo aver assistito a un paio d’ore di imbarazzanti moine fra due barattoli semoventi, lo spettatore culturalista se ne esce dalla sala comunque ampiamente soddisfatto, con il paniere colmo di citazioni e imbeccate e la sensazione di aver contemplato qualcosa di veramente importante, quasi quanto una mostra di arte contemporanea. Invece i bambini che erano andati al cinema con la semplice speranza di vedere un cartone animato portano in volto un’espressione perplessa, annoiata, un po’ allibita. Noi riteniamo che abbiano ragione loro.


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